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Scritto da Blacky   

Io le barzellette non le so raccontare, non ci riesco a far ridere smile come dite? Quando guardate i miei lavori ridete a crepapelle? Allora ho ottenuto lo scopo, son riuscito a farvi ridere raccontando dei miei bonsai.
Penosa vero? Non la vorrebbero nemmeno a "La sai l'ultima". Non ci riesco proprio, mi sforzo pure... niente!

Se volete vi posso inventare una fiaba. Ne raccontavo di belle alla mia piccola Coca (mia figlia oggi ventenne).

Ricordo che, prima di addormentarsi mi chiedeva sempre di inventarne una di nuova. Di personaggi diversi ne ho trovati tanti. Ce n'erano anche di inventati... strani animaletti saltellanti e giocosi. Lei si divertiva con me ad intuirne il finale... Non arrivava mai al finale, si addormentava prima, accoccolata tra le mie braccia.

Nelle mie fiabe, mai ricordo di aver incontrato un piccolo albero bonsai... Possiamo rimediare subito, che ne dite? Mi date l'autorizzazione? Gil, posso? Magari vi farà sorridere un po'. Ok, allora vado a cominciare.

Come tutte le fiabe che si rispettano, anche la mia inizia con l’ormai classico “c’era una volta…”
Vi chiederete che c’era stavolta di nuovo… forse una principessa; un bimbo sperduto nel bosco; una vecchia strega cattiva; un brutto anatroccolo smarrito o un rospo in cerca di baci… No! Siete fuori strada, niente di tutto questo, vi state sbagliando… Se avete un po’ di pazienza, ve lo racconto.

C’era una volta un piccolo seme. Il vento l’aveva portato lontano dal bosco, in una pietraia, ai piedi di una grande montagna. Era lì da molto tempo, solo e abbandonato da tutti. Ne erano passate di stagioni. Aveva resistito al gelo invernale e alla calura estiva. Attorno a lui c’erano solo sassi bianchi a riflettere un sole arroventato e un forte vento che soffiava costantemente dall’alba al tramonto. Non c’era nemmeno un filo d’erba a ripararlo. L’estate stava finendo, ma faceva ancora tanto caldo. Avrebbe desiderato tanto una goccia d’acqua, un po’ di fresco. Si sentiva bruciare dentro. Il suo istinto gli diceva di uscire, di rompere il guscio che lo proteggeva, ma qualcosa lo frenava. Capita a tutti di avere quella strana sensazione d’insicurezza. A volte restiamo lì, immobili, ad aspettare chissà che cosa. Intanto il tempo passa e, con lui, anche le occasioni. In tutto quel tempo anche il piccolo seme aveva avuto le sue grandi occasioni, ma non riuscì mai a trovare la forza di approfittarne. Un giorno era passato di lì un piccolo roditore. Poteva uscire dal nascondiglio, corrergli incontro e scappare con lui… sarebbe stato facile… Non ne ebbe il coraggio. Una volta un uccellino lo avvinghiò col suo forte becco per portarlo lontano. Si divincolò tanto fino a precipitare nuovamente in mezzo ai sassi… Fondamentalmente lì si sentiva al sicuro. La paura di quello che avrebbe potuto trovare “fuori” dal guscio lo terrorizzava. Come dargli torto?

Il piccolo seme vedeva lontano il profilo di un bosco. Forse il suo destino era lì. Lì c’era il verde, lì c’era l’acqua, lì c’erano ombra e tanta terra fertile, dove sarebbe stato meglio. Ne intravvedeva il verde delle folte chiome, vedeva le sagome dei lunghi e maestosi tronchi messi lì come a sorreggere il cielo. Sentiva il profumo dei fiori trasportato dal vento e le voci di sciami d’insetti e stormi d’uccelli festanti.
Guardava gli alberi e rifletteva. Si chiedeva se un giorno anche lui sarebbe diventato così, alto e forte, pronto a sfidare le insidie del tempo. Chissà se, tra i suoi rami, un giorno qualcuno avrebbe costruito dei nidi. Chissà se avrebbe udito il pigolio di pulcini affamati. Chissà se, nascosti tra le sue foglie, sotto la sua corteccia, insetti di ogni tipo avrebbero trovato ricovero dai predatori e dalle intemperie del tempo.
Sognava il piccolo seme, immaginava un mondo diverso, più accogliente e generoso, più disponibile e tollerante. Un mondo più giusto, dove tutti hanno la possibilità di crescere e mettere a disposizione le proprie capacità, per il bene di tutti. Invece stava lì, nascosto tra gli aridi sassi, insicuro, terrorizzato, chiuso nel suo protettivo guscio, immobile, indeciso, deluso di se stesso, vile e affranto.

Una notte iniziò a soffiare un forte vento. Il buio era squarciato da lampi di luce. Forti tuoni facevano tremare tutto intorno. Iniziò a piovere. L’acqua scendeva dal versante della montagna e trascinava tutto con sé. Il piccolo seme provò a resistere, si aggrappò con tutte le sue forse al masso che l’aveva protetto e costretto lì per tutto quel tempo, inutilmente. La corrente e la forza dell’acqua lo portarono rotolando a valle. La furia dell’acqua sembrava non placarsi. Il piccolo seme, sopraffatto da tanta violenza, nel buio della notte, si arrese alla forza distruttrice della natura e perse i sensi.

Un tiepido sole rischiarò l’orizzonte. Un insieme di colori, di profumi, di suoni, risvegliò il piccolo seme.
Appena si riebbe, iniziò a tremare. Dove si trovava? Dolori fortissimi da tutte le parti, il guscio rotto lasciava passare una luce nuova. Adesso vedeva i colori come non li aveva mai visti; sentiva i rumori come non li aveva mai uditi; poi i profumi e il fresco alito del vento… Una goccia di rugiada lo avvolse dentro. Un’insolita freschezza, una sensazione mai provata prima… Mai come allora aveva sentito il desiderio di stendersi, di allungare le… radici, di far uscire… un germoglio. Lì vicino scorreva il fiume, lo accoglieva una morbida e umida terra fresca. Tutto intorno soffici e flessuosi fili d’erba. Sopra di lui si ergevano maestosi pini che scagliavano le fronde verso il cielo, come a volersi arrampicare sempre più in alto e raggiungere il sole. Poteva finalmente crescere! Sarebbe diventato un grande albero, rispettato e benvoluto da tutti. Si sentì per la prima volta, soddisfatto, felice e… sicuro. Era nel luogo che aveva sempre sognato.

I giorni passarono veloci, la piccola pianta cresceva, diventando sempre più forte e sicura. Di tanto in tanto passava di lì un giovane. La riempiva di attenzioni, la accarezzava, le parlava, la ammirava in tutto il suo vigore. Provò per la prima volta un sentimento nuovo e s’innamorò di quel giovane. Era vanitosa e felice di tutte quelle attenzioni, aspettava con gioia e trepidazione la venuta del ragazzo. Tutti i giorni curava la lucentezza delle foglie, verificava l’armonia dei forti rami, la robustezza della corteccia che avvolgeva il tronco, sempre nell’attesa e nella speranza che lui venisse.

Una mattina il giovane arrivò. Aveva uno zaino a tracolla. Lo tolse e ne estrasse una piccola pala. Scoprì il terriccio attorno alla base del tronco, ne valutò attentamente le forme e si mise a scavare tutto intorno. La piantina sconcertata e inorridita non sapeva più cosa pensare. Si chiedeva cosa stesse facendo… Perché oggi non la accarezzava come sempre… Perché non le parlava… Perché si guardava attorno con quello sguardo furtivo e preoccupato… Perché le voleva far del male! D’improvviso uno strappo! Un dolore lancinante la scosse. Poi il buio e il silenzio la avvolsero completamente.

Una cascata d’acqua la risvegliò di soprassalto. Che le era successo? Dove si trovava? Iniziò a guardarsi intorno. Non era più nel bosco. Adesso si sentiva legata e stretta tutto intorno… non riusciva a veder bene. L’acqua continuava a scendere lieve a offuscarle la vista. Poi smise di cadere… tutto improvvisamente fu più chiaro.

Il giovane era lì e la guardava ammirato nella sua nuova dimora. Iniziò a parlarle, ad accarezzarla come faceva un tempo. Il dolore dovuto allo sradicamento stava passando, ne aveva soltanto uno sbiadito ricordo. Adesso era tutto chiaro. Il suo amore era finalmente corrisposto. Il giovane si era innamorato di lei e l’aveva voluta per sempre vicina. L’avrebbe accudita, coccolata, viziata e protetta dalle intemperie del tempo, per molti e molti anni ancora, sul davanzale della propria casa, in un bellissimo vaso bonsai.

Fine

P.S.: Spero non vi siate addormentati... vi sareste persi il finale. Ciao alt ciao alt

 
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